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Fare e filosofare

Ho più volte sottolineato il reale fastidio fisico che mi scatena la frase prima fare, dopo filosofare quindi credo sia il caso di dettagliare perché la ritenga uno degli assiomi più idioti che si possa prendere in considerazione.

Partiamo analizzando l’inutilità del filosofare dopo avere fatto. Ovviamente, riflettere sulle azioni svolte, analizzarle e capirne punti di forza e debolezza è una buona idea, su questo non si discute. Il problema nasce perché avendo fatto senza prima nemmeno un poco filosofare il rischio di cadere in errore è altissimo.

Al centro c’è sempre l’inaffidabilità dell’evidenza. Se parto da presupposti sbagliati come posso avere anche soltanto la possibilità di analizzare correttamente i risultati di un’azione? Immaginate di vedere due giocatori di scacchi che si confrontano e, proprio mentre guardate, il bianco mangia la regina nera.

Siete in grado di valutare la bontà dell’azione? La regina, dopo il re, è il pezzo più importante della scacchiera ma quella mossa potrebbe essere un sacrificio per ingabbiare l’avversario verso lo scacco matto. Solo la conoscenza specifica del gioco vi permette di dare una risposta.

Ma questo è il caso più lampante; altri sono più sfumati.

Ci serve sapere come funziona una leva?

Prendiamo la macchina più semplice del mondo, la leva, e ipotizziamo di dovere sollevare un peso di 100 kg. Sappiamo approssivamente che c’è un rapporto tra la lunghezza dei bracci della leva (rr e rm) e la forza che dobbiamo imprimere (Fm). Se dobbiamo semplicemente sollevarlo ci basterà prendere un’asta bella lunga e andare ad occhio.

Ma se dobbiamo sollevarlo di una misura specifica allora dobbiamo calcolare con precisione la forza da imprimere e conoscere la formula esatta che regola la proporzione tra la forza impressa, la lunghezza della sbarra e la posizione del fulcro. Se la nostra misura specifica deve essere calcolata al decimo di millimetro, inoltre, potremmo aver bisogno di conoscere altri parametri (l’elasticità della leva e del materiale stesso con cui è costruito il fulcro, ad esempio).

Maggiore sarà il grado di dettaglio che ci serve, maggiore sarà il numero di informazioni necessarie e la complessità delle variabili che dobbiamo saper gestire. Se ci serve che lo spostamento vada calcolato in nanometri può spuntare fuori anche qualche concetto di fisica quantistica.

Solo per sottolineare che non si tratta di un’iperbole, vi ricordo che il GPS sul vostro smartphone funziona grazie alla nozione di tempo relativistico e tutto l’apparecchio funziona proprio grazie alla meccanica dei quanti. Ne ho già parlato affrontando il problema dei fondamentali.

Il primo problema, quindi, non è trovare le informazioni necessarie ma comprendere quali set d’informazioni siano necessarie per il nostro progetto, per la nostra azione.

Un passaggio che è molto più complesso di quanto possa sembrare e possiamo sicuramente ascrivere nella categoria filosofare.

Trasportando questi concetti nel mondo concreto delle azioni e delle cose da fare, il cuore del problema è racchiuso in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire: la mancanza di una serie di informazioni sui nuovi modelli rende poco comprensibile perchè queste informazioni siano così essenziali. Una sindrome che ho ben chiara sin da quando ero piccolo grazie alla lettura di un libro, Flatlandia, di cui parlo in un altro post.

Riprendendo l’esempio della leva, non sapendo che per raggiungere il mio obiettivo ho bisogno di una misura assolutamente precisa, al decimo di millimetro, non ho motivo di pensare che sia utile sapere il grado di elasticità della sbarra che sto usando. Specialmente se, fino ad ieri, quella precisione così assoluta non era così fondamentale.

Non solo (ed arriviamo alla reale inutilità del filosofare dopo): senza un corretto quadro di riferimento, anche analizzando a posteriori i risultati, addosserò la colpa del fallimento ad altri fattori e magari penserò di avere messo troppa forza o troppo poca. Continuerò a provare sfiancandomi ed aspettando l’improbabile coincidenza con quello specifico valore che mi serviva per raggiungere il mio obiettivo.

Usciamo fuori di metafora ed analizziamo gli effetti reali sul tessuto socio-economico di questo approccio: una intera classe dirigente che non ha gli strumenti di base per progettare lo sviluppo.

I meccanismi sono profondamente cambiati e, non conoscendo le regole della nuova normalità, mancano i parametri di base anche per valutare il risultato delle azioni.

Questo è uno dei motivi che scatena la mia idiosincrasia verso questo approccio: spacciare la chiusura mentale e l’ignoranza per presunto buon senso è un atteggiamento che, personalmente, m’indispone parecchio. Diventando buon senso, infatti, riesce a contaminare anche persone che avrebbero la sufficiente apertura mentale o un minimo di conoscenze per sentire che la strada giusta non sia quella.

Non è facile rimanere coerenti ad un approccio quando ti sembra di essere l’unico a vederla in quel modo. Come non è divertente, alla lunga, sentire la frase ecco, è arrivato il professore quando stai semplicemente mettendo a disposizione le tue competenze.

La comunicazione generalista peggiora lo scenario perchè, ovviamente, il racconto è focalizzato sui successi, su chi ce l’ha fatta, magari condendo tutto con frasi ad effetto come non ha mai smesso di crederci e qualche citazione di Steve Jobs. E noi ci facciamo brillare gli occhi ascoltando il cammino di un ragazzo in t-shirt che maneggia milioni di dollari come bruscolini.

Se analizzassimo i dati con maggiore attenzione (e con la dovuta competenza) scopriremmo che le nostre success stories si dividono in due categorie:

  • Quelli che avevano le informazioni corrette e che avevano pianificato tutto dall’inizio
  • Gli inevitabili casi statistici che, in un mondo popolato da 5 miliardi di utenti, sarebbe improbabile non accadessero.

Per ognuno di questi successi, infatti (parlo dei mitologici creatori di app mirabolanti e meme ipervirali che smanettano dalla cameretta, insieme agli influencer super famosi), si contano migliaia e migliaia di fallimenti. Si tratta di quell’effetto che ci fanno le vincite alla Lotteria: sei focalizzato sulla eccezionalità della vincita al punto da dimenticare la normalità di milioni di giocatori che hanno perso.

Questa particolare distorsione cognitiva è anche abbastanza studiata ed ha un nome: bias del sopravvissuto. Perchè tra le cose più importanti del filosofare prima di fare c’è proprio la necessità di evitare di essere vittima di bias. E per farlo bisogna conoscerli.

Cosa sono i bias cognitivi e le fallacie argomentative? possiamo imparare a riconoscere le distorsioni nelle informazioni? Come funziona un sistema complesso?

La sfida delle nuova normalità è racchiusa in queste domande.

Riassumendo e semplificando, siamo in quello che viene definito cul de sac, un vicolo cieco all’interno del quale “girano” una serie di informazioni indispensabili che, però, faticano a raggiungere i naturali destinatari. E quando sei ad un punto morto, l’unica è resettare tutto e ricominciare dai concetti di base.

Ma prima dobbiamo affrontare l’altro versante della frase incriminata.

Quando si può fare senza filosofare

Viaggiamo nel tempo con la fantasia e arriviamo alla preistoria. Due nostri progenitori camminano in una foresta pluviale, la vegetazione rigogliosa impedisce una piena visuale mentre setacciano il territorio alla ricerca di prede per la caccia.

Improvvisamente prima cala un innaturale silenzio tra gli animali che popolano gli alberi poi, alle spalle, il rumore di un ramo spezzato. Il primo fugge senza pensare e scala velocemente un albero; il secondo si ferma a riflettere ponderando quale sia la mossa più efficace, più intelligente, più produt… Una tigre dai denti a sciabola esce dalla vegetazione e pone fine alle sue elucubrazioni.

La storia per lui finisce li, mentre il suo amico torna a casa dove la sua compagna gli darà rigogliosi pargoli ai quali insegnerà, saggiamente, di scappare quando sentono rumori nella foresta.

Questo è il motivo genetico che ci porta istintivamente a vedere l’azione immediata ed istintuale come la migliore linea di condotta. Ma riconoscerete che, oggi, imbattersi in una tigre dai denti a sciabola si quanto meno inconsueto?

Vignetta di Tak Bui (Thach Bui)

Ironia a parte, è evidente che esistono condizioni e contesti dove l’azione deve essere veloce e non possiamo permettersi di arenarci su riflessioni ed elucubrazioni. Ma riflettete su chi, nel mondo moderno, si trovi davvero quotidianamente ad affrontare situazioni dove le scelte devono essere veloci ed al limite dell’istinto.

I militari in zona di guerra, medici d’urgenza, operatori in zone colpite da disastri, gran parte degli sportivi e dei giocatori in genere e poche altre categorie. Tutte accomunate da una caratteristica: una necessaria competenza specialistica.

Questo perchè non è vero che agiscano senza filosofare. C’è il trucco: loro (o altri prima di loro) hanno abbondantemente filosofato elaborando una serie di protocolli e procedure. Lo specialista impara protocolli e procedure in modo da poterle applicare quando serve. Quello che chiamiamo istinto è, in realtà, l’applicazione veloce di una conoscenza approfondita, sedimentata e profondamente articolata.

Tutta filosofia, insomma.

E quindi?

Non vorrei essere frainteso: non penso che filosofare sia superiore al fare; dico solo che va fatto prima e ci deve servire per decidere cosa fare e come farlo. Questo, secondo me, è sempre stato il modo migliore di procedere ma oggi non si tratta più di decidere cosa sia meglio o peggio: oggi è una necessità assoluta.

Nella nuova normalità non esiste più il concetto di fare: esiste soltanto fare al meglio.

Non pensate che sia uno slogan motivazionale: è la cruda realtà generata dalla rivoluzione tecnologica e dalla interconnessione globale. Qualunque sia la tua proposta puoi stare tranquillo che ce ne saranno decine simili disponibili ad un paio di click da te.

L’asticella della competizione si è alzata a tal punto che, in realtà. sta sfumando lo stesso concetto di concorrenza. Se si eccettuano i Big Player, tutti gli altri (quelli che vanno bene, intendo) non pensano alla concorrenza: pensano all’utente finale.

L’unico modo per giocare la partita è usare almeno le stesse carte. Diamo quindi una definizione più significativa al termine filosofare.

In questo contesto significa conoscere bene il proprio mercato (o il proprio territorio), capirne voleri e necessità (che sono due cose diverse) e trovare qualcosa che li soddisfi. Su questo, poi, bisogna impostare un modello di business, se si è una impresa, o un modello organizzativo, se si è un ente. Fin qui siamo alla definizione formale di marketing.

Il marketing è la scienza e l’arte di esplorare, creare e fornire valore per soddisfare i bisogni di un mercato.

Philip Kotler

Ma, come dicevo, non si tratta solo di business e concorrenza. La trasformazione degli ultimi anni ha cambiato profondamente tutto il tessuto sociale ed economico. Il sistema è divenuto estremamente complesso e poggia su basi nuove. I territori non possono più essere considerati omogenei quando le influenze culturali che arrivano dal web sono assolutamente extraterritoriali.

Prima sapevi che gli abitanti di una zona, bene o male, accedevano alle stesse esperienze, alle stesse informazioni. Oggi un ragazzo di Catanzaro vede gli stessi siti web e segue gli stessi canali YouTube di un giovane americano. E per favore non mi parlate della televisione: gran parte dei millennial non sa cosa sia un telecomando e, comunque, sulla stessa televisione ci sono centinaia di canali, impendendo la nascita di quel sentire comune proprio della società degli anni 80, figlia ancora del monopolio RAI e delle serate davanti Lascia o Raddoppia.

Insomma, ci si becca di più con la palla di vetro e sicuramente provare a districare questa matassa senza solide strutture e strumenti di analisi è palesemente infruttuoso. Ma di contro, se ci fermassimo a filosofare, la cosa sarebbe estremamente sterile.

Il passo successivo, quindi, è sicuramente fare. Anzi, se vogliamo dirla tutta, oggi la pratica non può più essere considerato qualcosa di disgiunto dall’analisi e dalla riflessione. Parleremo molto del metodo scientifico e delle sue analogie con i modelli organizzati e di business. Senza dilungarci troppo, va ricordato che un passaggio imprescindibile del metodo scientifico è la sperimentazione.

Nessuna teoria viene realmente accettata se non prevede la possibilità di una sperimentazione empirica che dimostri la correttezza delle ipotesi.

C’è un concetto, nel metodo scientifico, che è illuminante: la fallabilità degli esperimenti. Non basta che un risultato confermi le ipotesi: un esperimento è considerato realmente affidabile solo se prevede anche un risultato che, nel caso dovesse emergere, smentirebbe la teoria.

Questo per sottolineare che il filosofare di qui parlo dall’inizio non è una astrazione teorica, un divertimento per la mente utilizzato per pavoneggiarmi con le mie capacità logico-deduttive.

Si tratta di uno strumento di lavoro, l’unico affidabile in un mondo in costante trasformazione. Questo è un altro dei tasselli che hanno portato alla creazione del progetto T-Campus.

… e questo è il progetto in corso