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Il progetto T-Campus

Come farò spesso in questo blog parto con una risposta breve (premettendo che non può essere esaustiva) e preannuncio una risposta lunga. La domanda è Cosa è T-Campus? e la risposta breve è semplice: T-Campus è un asset del Consorzio universitario UNISOM e si sviluppa attraverso corsi di alta formazione focalizzati sulla comprensione e la gestione dei mercati digitali e della nuova normalità.

Ma perché ne stiamo parlando in questo blog? E questo ci porta alla risposta lunga. Potreste essere arrivati a questa pagina seguendo l’ultimo link di Amarcord o della mia presentazione e la cosa ha una sua logica: T-Campus è il punto finale di un mio personale percorso.

Se avete avuto la voglia (e la paziente benevolenza) di leggere la storia, sia pur sommaria, di alcuni dei progetti e delle iniziative che ho portato avanti nella mia vita è abbastanza facile individuare un elemento comune che attraversa tutti i miei compagni di percorso pro tempore: grande condivisione all’inizio, scomparsa totale dopo un poco.

Questo ci riporta alla domanda che ho esplorato parlando del problema dei fondamentali: il problema è mio o c’è un problema di comprensione di base? Ovviamente tendo ad escludere la prima ipotesi, anche se non l’ho mai scartata a priori. Mi conforta il fatto che molte delle previsioni che scaturivano dai miei progetti si sono avverate, anche con una certa puntualità.

L’ultima botta, parlo della pandemia, ha pure dato un’accelerazione al dibattito sui sistemi di base che ha addirittura anticipato alcuni risvolti che pronosticavo tra un paio di anni.

Teniamo buona la seconda ipotesi, almeno per adesso, e ipotizziamo che ci sia un problema di comprensione di base che vorrei evitare di ripetere anche in questa sede. Per spiegare T-Campus, quindi, voglio prima raccontare come ci sia arrivato, come questo progetto abbia preso forma nel corso di questi anni. Se volete approfondire, comunque, in quest’altro post cerco di raccontare perchè sia nata proprio questa idea, perchè oggi e perchè io.

Prendiamo solo gli ultimi 10 e partiamo da quello che mi trovavo in mano: una serie di esperienze nei diversi campi della comunicazione, una passione smodata per l’approccio scientifico, una consistente quota di impegno sociale e la consapevolezza che la rivoluzione digitale stava cambiando il mondo molto più di quanto fosse genericamente percepito.

Ma sorgeva anche un’altra consapevolezza: avevo bisogno di più informazioni e di un modello che le aggregasse coerentemente.

Partiamo da Zero

Comincio a lavorare su una sorta di summa dei concetti base, una vera e propria dispensa per provare a centrare il punto sui nuovi modelli digitali. Un lavoro di studio e sperimentazione che mette a nudo un problema: l’incomprensione non riguarda il modello digitale ma come questo abbia completamente stravolto in nostri modelli quotidiani.

Bisognava andare ancora di più alla radice e da questa riflessione nasce l’idea di realizzare una Lezione ZERO, un micro corso che affrontasse i temi che stanno dietro (e prima) rispetto la rivoluzione digitale. L’obiettivo è quello di fare comprendere che cosa sia realmente cambiato e le conseguenze che queste trasformazioni hanno generato in modelli e sistemi che sembravano inamovibili.

Il punto è che questa parvenza di inamovibilità nasce soltanto dalla mancanza d’informazioni; anche la Terra ci sembra ferma, ma sappiamo benissimo che gira su se stessa a quasi 1.700 km/h. Una informazione, quest’ultima, che solitamente ci possiamo permettere di ignorare, visto il peso quasi nullo che ha nella nostra vita. A meno che non dobbiamo progettare la partenza di un razzo verso Marte.

Proprio parlando del problema dei fondamentali abbiamo affrontato il concetto di accettabile approssimazione: la nostra necessità di “profondità” dell’informazione è strettamente legata a quello che dobbiamo farci con questa informazione. Ma abbiamo già detto come a volte non sappiamo esattamente cosa fare, di quali informazioni abbiamo bisogno e, principalmente, a che livello di dettaglio.

Considerato, però, come non sia certo questa la sede per entrare nello specifico, questo livello di profondità mi sembra accettabile per tirare una prima conclusione: se vogliamo illustrare efficacemente i meccanismi dobbiamo delineare con chiarezza il sistema. Il risultato di questa riflessione è stato la creazione di Lezione ZERO (se ne volete sapere di più cliccate sotto, dove viene presentato il corso all’interno del sito di T-Campus).

Cosa ci blocca nella comprensione dei modelli digitali e cosa ci serve per imparare a governarli? La risposta è tutt’altro che tecnica: affrontiamo le idee che stanno dietro la tecnologia e comprenderemo quali siano, oggi, i “set d’informazioni” necessari per affrontare la nuova normalità.

L’altro tassello: lo scenario digitale

Affrontati i problemi concettuali di base rimane il problema dello scenario e anche qui scopriamo un altro povero cane intento ad inseguire la propria coda. Il passaggio eccessivamente brusco dal mondo analogico a quello digitale ha creato un grosso equivoco: in molti (troppi) vedono la trasformazione digitale come una evoluzione dei vecchi modelli.

Sbagliato!

La Digital Disruption non è semplicemente una evoluzione, un sia pur consistente upgrade dei vecchi modelli ma un completo cambio di paradigma, un momento di rottura dopo il quale gran parte dei vecchi meccanismi semplicemente non funzionano più.

Un po’ come quando il sistema operativo del vostro smartphone passa da 2.0 a 3.0 e molte delle vecchie app smettono di funzionare, se non vengono aggiornate.

Il circolo vizioso scatta a causa di un meccanismo inevitabile del mondo digitale. Ricordate che i contenuti della Rete sono immensi, ogni 30 secondi viene immesso in rete l’equivalente di 600 copie dell’edizione completa dell’Enciclopedia Britannica. A noi arriva un rivolo di queste informazioni, selezionato a monte dagli algoritmi di social, motori di ricerca, app e quant’altro offra il mondo digitale. Tutti gli algoritmi di filtraggio e selezione dei contenuti, però, tendono genericamente ad un unico obiettivo: fornire all’utente informazioni che coincidano il più possibile con gli interessi che ha già espresso.

Diciamo che il sistema, in linea di massima, tende a darti ragione, selezionando tra la immane varietà di contenuti presenti in Rete quelle che più si avvicinano al tuo specifico modo di vedere le cose. Questo vale anche per un terrapiattista che si vedrà raggiungere da un consistente numero di contenuti che confermano il suo pensiero.

Se risulta abbastanza facile sorridere di un terrapiattista che si crogiola nella sua bolla informativa (è questo il termine tecnico dato a questo meccanismo, o anche bolla di filtraggio), diventa difficile accettare l’idea che ne siamo tutti vittime. Il problema è che se sei una vittima consapevole può diventare un utile strumento per rimanere informato all’interno dei propri settori strategici. Se sei una vittima inconsapevole, però, la bolla informativa si trasforma in un orizzonte ristretto all’interno del quale trova fertile terreno qualunque idiozia ed all’interno del quale non giunge quasi mai niente di nuovo.

Nel post Perchè proprio io parlo di Flatlandia e dei rischi connessi al considerarsi il centro e la regola unica del mondo e affrontando il problema dei fondamentali approfondisco questo versante, quindi la possiamo chiudere qua.

Tornando alla nostra bolla informativa è importante comprendere che, come sempre, non è qualcosa di inevitabilmente negativo: una vittima consapevole sa anche quando e come bucare la bolla per affacciarsi a nuove idee a a prospettive diverse. Per farlo, però, è necessario conoscere i meccanismi di base, sapere come la Rete operi nel suo complesso e, principalmente, quali siano i criteri che portano uno specifico contenuto ad uno specifico utente.

DigitalGAP

Quali sono i reali numeri del web? Cos’è un algoritmo e come influenza le nostre vite? Come vengono costruiti i modelli di business che hanno permesso alle aziende digitali di conquistare il mercato?

Comprendere le risposte a queste domande, oggi, è letteralmente una questione di sopravvivenza.

Affrontati i due pilastri fondamentali ed avendo creato un modello per il trasferimento delle informazioni di base essenziali per comprendere lo scenario rimaneva un ultimo passo: definire gli strumenti adeguati per trasformare questo modelli teorici in azioni pratiche ed organizzazione produttiva.

Per farlo seriamente era necessario sviluppare un modello formativo articolato che, partendo dalle premesse illustrate all’interno di LezioneZERO e DigitalGAP rappresentasse la possibilità concreta di formare professionalità operative e manageriali adatte alla nuova normalità disegnata dalla Digital Disruption.

Ipotizzato il modello bisognava attivare una rete. Ed è così che nasce T-Campus.

Cos’è T-Campus

Per sapere nel dettaglio cosa sia T-Campus, ovviamente, la cosa migliore è visitare il sito ma in questa pagina ho voluto raccontare la genesi ed il percorso che ha portato alla sua creazione come idea progettuale.

Il consorzio universitario UNISOM

Il passaggio ad un’azione concreta arriva con l’incontro con il Consorzio universitario UNISOM che accoglie pienamente l’idea ed insieme arriviamo a sviluppare un asset del consorzio che vuole focalizzarsi su questi nuovi approcci sia in termini di contenuti formativi che, soprattutto, nel modello didattico.

Prima di ogni cosa, T-Campus è una idea diversa delle cose che serve sapere e del modo in cui vanno prima apprese e poi utilizzate.

Un modello che vuole essere “scelto” ed è per questo che l’accesso ai corsi di T-Campus è subordinato al superamento di LezioneZERO e DigitalGap perchè solo ripartendo dalle premesse è possibile andare incontro alla nuova normalità disegnata dalla trasformazione digitale.

Riassumendo, T-Campus è un modello formativo che si basa su una visione ben precisa del mondo e della nuova normalità che lo sta caratterizzando. I pilastri sono un’applicazione estensiva dei modelli del metodo scientifico e la consapevolezza che, oggi, lo stesso modello di acquisizione delle conoscenze vada profondamente rivisto.

La velocità di trasformazione tecnologica (e conseguentemente sociale) è tale che ogni informazione rischia di diventare obsoleta in tempi ristretti. Il punto, quindi, diventa non più insegnare cose ma fornire strumenti concettuali, nuovi modelli operativi e una visione completa delle trasformazioni in corso per imparare a gestirle.

La tassonomia di Bloom

Per raggiungere l’obiettivo formativo del progetto T-Campus non bastava concentrarsi soltanto sui temi trattati e sugli argomenti affrontati, bisognava intervenire anche sulla didattica. Il modello scelto nasce dall’applicazione di un modello cognitivo noto nel mondo della formazione, la tassonomia di Bloom.

La tassonomia di Bloom è uno dei modi di formalizzare le fasi di acquisizione e familiarizzazione con insiemi di informazioni o teorie. È utilizzato in psicologia dell’educazione per definire le fasi dell’apprendimento e costruire il processo educativo. Questa tassonomia prende il nome da Benjamin Bloom, presidente del comitato di educatori che ideò la tassonomia e curatore del primo volume del testo Tassonomia degli obiettivi educativi: La classificazione degli scopi dell’educazione. (da Wikipedia)

Questo modello non può essere considerato innovativo, in realtà. Oltre a nascere negli anni ’50 è stato sempre al centro del dibattito sul mondo della didattica, subendo anche delle sostanziali revisioni, l’ultima è di pochi anni fa. Purtroppo, però, non è uscito dal recinto del dibattito e anche quando è stata provata la sua applicazione (il modello è al momento alla base anche dei programmi ministeriali italiani) non si è andati oltre un’applicazione burocratica e formale.

In aggiunta, le direttive generali dell’Europa sulla formazione digitale prendono ampiamente spunto dalla tassonomia di Bloom, come è facile apprezzare nell’innografica sottostante che fa proprio parte dei modelli formativi che la Comunità Europea vuole diffondere all’interno degli Stati Membri.

DigComp 2.1:Il Quadro delle competenze europee digitali per i Cittadini

E perchè c’è quella T nel nome?

Il riferimento è a quelle conosciute come T-shaped skills, letteralmente competenze a forma di T.

Un modello di acquisizione delle conoscenze che parte dal superamento della specializzazione assoluta perché non si limita all’apprendimento profondo di un argomento (l’asse verticale della T) ma unisce una conoscenza adeguata di tutti gli asset dell’organizzazione di cui si fa parte (competenza orizzontale).

Sapere tutto di un po’ e un po’ di tutto. La chiave per accedere alle nuove professioni è questa.

Qui sotto potete vedere uno schema relativo alle competenze di un ruolo oggi fondamentale all’interno di un’impresa che vogli affrontare il mercato: il product manager.

Nello schema si vede chiaramente come le abilità richieste abbiano tre “livelli di profondità”. Il primo livello (quello giallo) prevede una conoscenza sommaria, quello che serve per potersi confrontare con operatori e fornitori, il secondo livello (rosso) prevede competenze sufficienti anche a valutare efficacemente azioni ed informazioni nei settori di competenza mentre le skill dell’ultimo livello (arancione) rappresentano ambiti nei quali si hanno competenze sufficienti per operare e creare.

Del ventaglio di conoscenze approfondite, ovviamente, che ne sono un paio dove il livello di padronanza deve essere massimo.

Il modello di formazione a T è la premessa necessaria per l’applicazione dei nuovi modelli organizzativi, tutti basati sul teamworking e sulla connessione costante con il mercato e, genericamente, lo scenario socio-economico e tecnologico.

Qui dovremmo iniziare a parlare di Agile, Scrum, Business model e cose del genere, ma ci sarà occasione di farlo.