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Il senso di questo blog

Partiamo dalla mia esigenza personale. Da anni ho delle idee ben precise su alcuni aspetti del mondo, idee sulle quali non ho mai negoziato, pagandone il prezzo, quando necessario. Vi prego di non confondere questa fermezza con qualche imperativo etico: la ricerca del bene è un fatto soggettivo. Sono sempre stato più interessato alla ricerca del meglio.

Si tratta di una differenza sostanziale: ognuno può avere una opinione personale su cosa bisogna fare ma decidere come farlo è un’altra storia. Posso chiedere al dietologo di dimagrire o di prendere peso, ed è una mia scelta, ma presa una decisione sarà lui a darmi gli strumenti per farlo.

Decidere quale sia il miglior effetto finale che un’azione o un sistema debba produrre è una scelta personale; identificare il miglior modo per raggiungere l’obiettivo scelto è un fatto oggettivo.

Questo dovrebbe portare ad una divisione netta nei temi del dibattito: una parte dedicata al cosa fare (dove tutti possiamo parlare a pieno titolo) ed una dedicata all’attuazione. In questa seconda parte non soltanto non è possibile (e nemmeno corretto) mettere tutti i pareri sullo stesso piano ma anche il modello stesso del ragionamento e del confronto deve seguire delle regole che non sono quelle della chiacchera da bar.

In questo blog affronteremo entrambi i versanti ma adesso siete avvisati sulle regole.

Se avete letto i post introduttivi avrete capito alcune idee cardine del mio modo di pensare e vedere la vita. Siccome questo sarà uno dei pochi post “a spiegone” (come i riepiloghi a metà puntata nelle brutte fiction) la faccio sporca ed uso tutti i mezzucci dello spiegazionismo facile, cominciando dall’elenco, notoriamente il modo più elementare per focalizzare l’attenzione anche dei più distratti.

Comunque, elenchiamo le idee cardine:

Affidarsi a quello che noi percepiamo come evidenza dei fatti non è un buon modo per interpretare la realtà;
La trasformazione digitale ha creato una nuova normalità che poggia su un sistema complesso di interazioni;
I sistemi complessi non sono necessariamente complicati ma necessitano di un approccio radicalmente diverso per essere interpretati e gestiti;
I vecchi modelli organizzativi e schemi di pensiero non sono adatti ai nuovi modelli.

Possiamo dire che i post “introduttivi” (che potete trovare raccolti in un box della colonna) tendono a “dimostrare” questi assiomi. Ovviamente la spiegazione (come la conseguente dimostrazione) è molto sommaria. Per affrontare seriamente queste premesse c’è un intero corso (ad accesso libero) che rappresenta anche il “punto d’ingresso” del progetto T-Campus.

Cosa ci blocca nella comprensione dei modelli digitali e cosa ci serve per imparare a governarli? La risposta è tutt’altro che tecnica: affrontiamo le idee che stanno dietro la tecnologia e comprenderemo quali siano, oggi, i “set d’informazioni” necessari per affrontare la nuova normalità.

Gran parte di questo blog (a parte quelle sezioni dove mi lascerò andare a digressioni personali) orbiterà intorno a questi punti e la chiave per comprendere di cosa stiamo parlando sta proprio nella relazione tra questo blog (insieme ad altri spazi che conosceremo in seguito) ed il progetto T-Campus.

Partiamo da un limite intrinseco: affrontare i cambiamenti innescati dalla trasformazione digitale e provare a comprendere le regole della nuova normalità non è semplice. Servono nuovi modelli interpretativi ed approcci radicalmente diversi, alcuni anche controintuitivi. E, come nel Fight Club, c’è una prima regola inderogabile: non esiste la risposta breve.

La conseguenza è devastante perché ci troviamo tra due fuochi egualmente distruttivi. Partiamo dalla comunicazione mainstream, che non è attrezzata a comprendere le nuove dinamiche. Potremmo fare un trattato su questa affermazione, ma una mezza risposta breve, ovviamente non esaustiva, possiamo darla.

Il modello tradizionale di selezione delle informazioni si basava su un vecchio motto del giornalismo: un cane che morde un uomo non fa notizia, un uomo che morde un cane si.

Non sto nemmeno a spiegare come un sistema del genere collassi in un mondo dove oltre 5 miliardi di utenti interconnessi offrono una tale varietà e possibilità di “cose strane” dove l’uomo che morde un cane non compare nemmeno in classifica. Ci sarebbe molto altro da dire (e lo faremo) ma questo basta a comprendere come i canali tradizionali non possono aiutarci.

Purtroppo va anche peggio con i nuovi media. Per un complesso di motivi oggettivi (che rappresentano gli argomenti centrali che si affrontano in DigitalGAP), la Rete tende a privilegiare l’informazione più semplice, la risposta diretta ad una domanda esplicita, tra l’altro il più possibile vicino a ciò che già pensi.  Si tratta di un limite oggettivo, non è volontà di nessuno e non è superabile se non a livello personale, sviluppando una propria linea di approfondimento.

DigitalGAP

Quali sono i reali numeri del web? Cos’è un algoritmo e come influenza le nostre vite? Come vengono costruiti i modelli di business che hanno permesso alle aziende digitali di conquistare il mercato?

Comprendere le risposte a queste domande, oggi, è letteralmente una questione di sopravvivenza.

Poi ci si mettono anche i “markettari” che peggiorano la situazione sfruttando questa debolezza del sistema a loro vantaggio (ed a svantaggio dei propri clienti) ma questo è un’altro discorso. Il risultato finale, in ogni caso, è che diventa complicato fare passare nel dibattito generale un argomento complesso

Da questa considerazione nasce la creazione di quello che tecnicamente si chiama “ecosistema digitale” dove usiamo la blogosfera (praticamente ormai l’unico luogo virtuale concettualmente dedicato all’approfondimento) per affrontare le domande mentre i siti istituzionali (UNISOM e T-Campus) sono stati creati per dare le risposte. L’interazione tra questi modelli dovrebbe servire a “salvare capra e cavoli”, utilizzando la comunicazione in tutte le sue sfaccettature senza per questo rischiare di cadere in banalizzazioni ed esemplificazioni becere.

Lo voglio ribadire e nel contempo riassumere: in questo blog troverete le domande sulla nuova normalità, apriremo il dibattito su cause e conseguenze, ci confronteremo su idee e visioni. Il progetto T-Campus è la possibile risposta. In quella sede le risultanze del dibattito diventano modelli operativi, protocolli funzionali, strumenti nati proprio per trasformare approcci teorici in azioni concrete.

Disegnare il pensiero

Proseguendo con le risposte brevi e non esaustive, vediamo in che modo questi approcci teorici si trasformano in concreti strumenti di lavoro. All’interno di LezioneZERO viene posto un forte accento sul metodo scientifico, individuato come unico modo efficace per gestire la complessità ed evitare i rischi legati all’inaffidabilità dell’evidenza ed al peso di bias cognitivi e fallacie argomentative.

Il passaggio all’analisi dei nuovi modelli organizzativi avviene mostrando la sostanziale equivalenza tra il metodo scientifico e lo strumento che, oggi, rappresenta l’impianto concettuale di base nella progettazione organizzativa ed esecutiva: il Design Thinking. Il termine è, ovviamente, inglese e la spiegazione dettagliata la troverete nelle sezioni divulgative di T-Campus, oltre a rappresentare il capitolo conclusivo di LezioneZERO. Adesso concentriamoci sulle analogie tra l’approccio operativo dei manager che stanno cavalcando la digital disruption e l’approccio teorizzato cinque secoli fa da Galileo Galilei.

La prima fase del metodo scientifico è l’Osservazione mentre il Design Thinking parte dalle fasi di Empathy e Define (Empatia e definizione), in pratica osservare il proprio ambito di azione (che sia un mercato, un’organizzazione, un territorio)  e conoscerlo profondamente, principalmente attraverso la raccolta di dati (come per gli scienziati) che i mezzi tecnologici moderni ci mettono a disposizione in maniera estremamente ampia.

Il punto successivo è assolutamente convergente. Sia nel metodo scientifico che nei processi manageriali, raccolti i dati, si prova a dare una lettura coerente alle regole che governano lo scenario che stiamo osservando: si formula una Ipotesi.

Equivalenza assoluta anche nel passo successivo: sia il Design Thinking che il metodo scientifico si basano su un’idea assolutamente empirica della realtà. Qualsiasi ipotesi deve essere vagliata da una “prova su strada” che confermi le congetture sviluppate. Così come la Sperimentazione scientifica ha dei protocolli consolidati che ne assicurano l’affidabilità, la Prototipizzazione ed il Testing dei progetti operativi poggiano su protocolli consolidati. Uno dei modelli più utilizzati nelle aree a maggiore sviluppo tecnologico è quello chiamato Design Sprint, un modello di testing delle idee-impresa adottato, tra gli altri, da Google Venture (la società di venture capital del colosso Alphabet che gestisce il motore di ricerca) per valutare dove investire.

Il finale può apparire diverso ma l’impianto è uguale. Il processo del metodo scientifico si conclude con la peer revision, l’analisi dell’intero percorso effettuato da altri scienziati che potranno confermare o smentire. Un processo organizzativo o imprenditoriale, alla fine, incontra il proprio mercato di riferimento che lo valuterà e potrà confermare o smentire.

La chiave di tutto

Questo parallelismo è la ragion d’essere di questo blog. Al suo interno ragioneremo sui massimi sistemi, sul versante del metodo scientifico, per capirci; utilizzeremo quindi queste riflessioni per ragionare di azioni concrete e strumenti operativi su T-Campus e su altri elementi dell’ecosistema digitale creato intorno a questo progetto.

Ma questo spazio vuole assolvere anche ad un altro compito. I concetti e le conoscenze di cui stiamo parlando hanno ovviamente un carattere generale, rappresentano un impianto che può essere applicato in ogni condizione e in ogni territorio, ovviamente con i dovuti adeguamenti. Io sono nato e cresciuto a Trapani e, parafrasando Gaber, anche se non mi sento trapanese, per fortuna o purtroppo lo sono.

È per questo motivo che una parte di questo blog sarà dedicata a progetti territoriali per il territorio trapanese. Dopotutto, il mio interesse per queste tematiche ha origine più di 30 anni fa, periodo in cui collaborai alla stesura di una tesi di laurea che ipotizzava un modello di sviluppo per il territorio in cui vivo.

È stato un po’ il mio primo amore che, come tale, non si scorda mai.

Per farlo, insieme alla parte progettuale, ci sarà una parte dedicata all’analisi che sarà dedicata allo scenario attuale nel suo complesso. Per scindere nettamente quelle che sono le valutazioni oggettive su dati e modelli di sviluppo, ho creato un’area che si chiama Strettamente personale e già nel titolo chiarisce che, in questo caso, si tratta di mie personali considerazioni. Comunque aspettatevi giudizi estremamente chiari su azioni e protagonisti della vita sociale ed economica della provincia di Trapani.

Non è che io abbia voglia di riprendere a fare il giornalista, sia chiaro. Al massimo, se proprio volessi recuperare qualche fase del mio passato, penserei più ad Ex-Cathedra