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L’incompetenza del potere

Il dato di fatto è incontestabile: sono davvero molti i paesi, in larga parte occidentali, che funzionano meglio dell’Italia. Davvero pensate sia un fatto genetico? Pensate che ci sia un cromosoma a forma di stivale nel nostro Dna che ci spinge ad essere così inadeguati ai tempi? Non sono un genetista ma mi sembra difficile che funzioni così.

Seguendo il mood di questo blog e di tutto il progetto T-Campus, proviamo a fare un’analisi distaccata del problema applicando il buon vecchio metodo scientifico.

Da un lato abbiamo il dato: la nostra inefficienza è certificata da diverse evidenze. Siamo in fondo alle classifiche del cosiddetto Primo Mondo rispetto gli indici di competitività, attrattiva per investimenti, qualità dei servizi e molto altro come vivibilità, libertà di espressione ecc… Questi ultimi aspetti (come vivibilità e libertà di espressione), appartengono ad una sfera più “ideologica” che in questa fase potrebbe rappresentare una distrazione. Per questo motivo ci concentreremo principalmente su i parametri socio-economici, più facili da oggettivare, considerato che li possiamo esprimere in numeri.

Global Competitiveness Report 2019 – World Economic Forum

La risposta comune, quella del “fattore genetico italiano” non regge, lo abbiamo detto all’inizio. Non soltanto perché proprio la genetica non funziona così ma soprattutto perchè ci sono italiani all’estero che fanno faville. Proviamo, però, a fare l’avvocato del diavolo e cerchiamo di smontare comunque questa tesi; dopotutto, per quanto riguarda la genetica potremmo non fidarci della comunità scientifica (notoriamente al soldo dei poteri occulti) mentre le eccellenze all’estero possono essere spiegate con la statistica. 

Quindi, volendo, mi rendo conto che qualcuno potrebbe anche affermare che la sindrome italiana esiste ma ci sono naturali eccezioni che riescono a sfuggire al triste destino impresso nel Dna, ma se credete fermamente a questa affermazione la possiamo chiudere qua. Purtroppo, per dimostrare i dati di fatto ci vuole più tempo rispetto illustrare un’opinione. Quando ci si scontra su quelli che qualcuno, a torto o a ragione, considera punti di partenza del ragionamento, il dialogo è sterile. L’iconica immagine che racchiude questo concetto la metto qua sotto e credo sia inutile spiegarla.

Se ci si trova in questa condizione bisogna discutere sulle premesse, non sulle conseguenze e per farlo dovete conoscere le mie che ho espresso parlando dell’importanza dei fondamentali. Se vi va cliccate sul link e, per essere chiari, funziona come il consenso per la privacy: se proseguite nella lettura do tutto per letto ed approvato.

Data questa premessa, che vedrete sarà necessaria, entriamo in argomento spiegando il titolo che ci porta ad analizzare perché, ovviamente senza generalizzare al 100%, la nostra classe dirigente è mediamente incompetente. E non parliamo della politica dove, in  un certo senso, la situazione è paradossalmente migliore: parliamo della classe dirigente aziendale.

Il giapponese sull’isola

Per contraddire quanto appena espresso, iniziamo parlando della politica. Perché ho detto che le cose vanno un po’ meglio, non che vadano bene. Ed ho aggiunto paradossalmente.

Come livello di competenze, infatti, la situazione della classe politica è mediamente deprimente ma si tende a dimenticare l’obiettivo. Per un imprenditore l’obiettivo è sicuramente il successo personale derivabile esclusivamente dal successo della sua azienda (finché si rimane in ambito legale). Per un politico può essere diverso.

Chi governa può scegliere se settare i parametri del proprio personale successo verificando i risultati sociali e di sviluppo della comunità amministrata oppure nel semplice mantenimento del potere.

Anche qui escludiamo le derivazioni illegali che rappresentano un altro campo di gioco, quindi non parliamo di “politici corrotti” ma solo di gente che fa di tutto per rimanere attaccato alla poltrona senza arrivare a nulla di illecito pur non facendo nulla di realmente produttivo per la comunità. Anche se non produce può comunque fregiarsi di un successo personale che, in ogni caso, saranno in molti a riconoscergli.

Per questo alla fine, e sottolineo paradossalmente, la classe politica si trova un pelino più su rispetto i “colleghi dirigenti” della parte privata, nessuno dei quali può sperare di ottenere un successo personale quando è gravato da una evidente incompetenza. D’accordo, potrà galleggiare un po’ approfittando di posizioni acquisite da altri o in altri tempi, ma il finale tragico è inevitabile.

Se sei in un sistema realmente competitivo, come ogni mercato, prima o poi pagherai la tua incompetenza.

Fatta questa distinzione, andiamo ai punti che accomunano tutti e vediamo di arrivare a spiegare il perché di questo deficit generalizzato. Ho aperto il post escludendo che ci sia una “italianitudine” che ci condanna, quindi dobbiamo cercare altrove.

Per farlo decliniamo due assiomi ed una legge. Gli assiomi sono:

L’attuale classe dirigente è composta per la maggior parte da soggetti che hanno avuto successo, nel loro settore, a cavallo tra la fine e l’inizio del nuovo millennio
Negli ultimi 20 anni è avvenuta una trasformazione profonda dei paradigmi di base del tessuto socio economico.

La legge la prendiamo dal libro Le 22 leggi immutabili del Marketing: se non le conoscete è a vostro rischio e pericolo di Al Ries e Jack Trout e quella ce c’interessa è la numero 18:

n° 18: La Legge del successo

Il successo porta all’arroganza e l’arroganza, spesso, al fallimento.

Quando la gente ha successo, tende a diventare meno obiettiva. Spesso sostituisce il proprio giudizio a ciò che vuole il mercato. 

Il disegno che emerge unendo questi tre punti è abbastanza chiaro e fornisce una chiave di lettura credibile al dato sulla incompetenza generalizzata della nostra classe dirigente pubblica e privata.

Chi si è trovato ai vertici durante i ruggenti anni ’90 ha dovuto mettere in campo particolari abilità che oggi non hanno più alcun peso mentre nuove competenze diventano essenziali e generano un reale vantaggio competitivo. Non solo, le stesse competenze sono completamente diverse.

Qualcuno si ricorda di Postal Market? Per chi non lo sapesse, si trattava del primo esperimento massiccio di vendita generalista per corrispondenza (un antenato di Amazon, in pratica) che spopolò in Italia per gran parte della seconda metà del secolo scorso. Era una grande azienda, sicuramente con personale d’eccellenza ed un management competente e preparato. E poi, tutto sommato, che sia per corrispondenza o sia online, si tratta sempre di vendere prodotti. O no?

Ecco, il problema è tutto qui: la risposta è NO!

Anche il responsabile logistica di Postal Market doveva semplicemente fare arrivare un prodotto dal punto A al punto B. Quanti minuti potrebbe reggere se lo spostassimo alla guida della logistica di Amazon?

Adesso non voglio sciorinare una lista di esempi che rendano ancora più evidente il concetto ma analizzeremo molte case history in merito (alcune in corso). Comunque credo possiate benissimo fare mente locale su come siano cambiate le competenze negli ultimi anni. Però voglio essere estremamente chiaro: qui sto parlando soltanto di quelli considerati “bravi”. Abbiamo già escluso quelli che hanno derive al di fuori della legalità e in questa analisi non ha senso nemmeno includere quelli che si trovano al vertice per nepotismo, per accordi politici e via dicendo. Quelli sono facili da individuare.

Quelli “bravi” sono considerati tali perché hanno dimostrato di saper sfruttare in modo efficiente le loro competenze e oltre a continuare a prendere decisioni (prevalentemente sbagliate) seguendo vecchi schemi, trasferiscono l’errore ai propri collaboratori o ai subordinati ed essendo classe dirigente tendono a generare emulazione. Ma, cosa più grave, spesso si trovano negli snodi decisionali per aprire verso nuove prospettive che, però, non combaciano con lo scenario che li ha visti vincere. Quindi le ostacolano e questo rallenta pesantemente l’adeguamento ai nuovi modelli.

Penso sia inutile sottolineare come la situazione diventi drammatica quando questa condizione riguarda la classe dirigente degli organismi di formazione di ogni tipo, dagli asili alle università, dalle scuole pubbliche ai master di formazione.

Questa è la condanna di trovarsi con una classe dirigente nata e spesso ben pasciuta in uno scenario che oggi, però, non esiste più. Parliamo del proverbiale giapponese che prosegue a difendere l’isolotto sul Pacifico anni dopo che la guerra era conclusa da un pezzo.

Sarà stato anche molto bravo a svolgere il suo ruolo ma adesso quella competenza non è più utile: quella guerra è finita.

La maledizione del Made in Italy

Fin qui, però, non abbiamo detto nulla che ci dovrebbe differenziare, come italiani, dagli altri paesi. Introduciamo quindi, un elemento distintivo che non può essere altro rispetto la nostra storia, le nostre radici, il nostro territorio, la nostra cultura. In una parola: il Made in Italy.

In una percentuale infinitesima della superficie del pianeta raccogliamo la maggior parte dei beni culturali e storici mondiali, abbiamo rappresentato per secoli il centro del mondo conosciuto ed abbiamo influenzato la cultura fino al secolo scorso. Le condizioni climatiche ci rendono una meta turistica ambita (nel mondo 7 persone su 10 mettono l’Italia tra i tre posti da visitare nella vita) e ci hanno fornito un patrimonio agroalimentare unico. Ma, evidentemente, non sappiamo sfruttarlo.

Mastercard’s Global Destination Cities Index 2018

I dati parlano chiaro. Che sia Milano in testa alle città italiane è un chiaro esempio di come giochiamo male le nostre carte, insieme al desolante dato che vede Londra raddoppiare Roma, la Città Eterna, e pure con un largo margine.

Insomma, abbiamo una materia prima rinnovabile all’infinito con una vendibilità intrinseca data dalla potenza del marchio e (pandemia a parte) apparentemente sicura nel tempo. Nulla che abbiamo fatto noi, solo situazioni territoriali o percorsi storici. Un prodotto, se vogliamo chiamarlo così, che si vendeva da solo. Fino alla fine del millennio scorso, perchè poi è arrivata la rivoluzione digitale: purtroppo, però. noi non siamo stati bravi a comprenderla.

Ci ostiniamo a pensare che questa trasformazione significhi soltanto avere computer più potenti, senza capire che i grandi cambiamenti scientifici e tecnologici hanno, da sempre, cambiato profondamente gli scenari ma anche gli assetti di potere.

Una volta il potere era in mano ai latifondisti. L’agricoltura, non per nulla definita settore primario, era il centro dell’economia. Inoltre, la resa per ettaro di un campo era molto bassa, quindi era importante avere a disposizione spazi immensi da coltivare. Arriva la meccanizzazione agricola, l’agrotecnica, la genetica e la resa per ettaro cresce esponenzialmente. Avere appezzamenti immensi non era più così importante, anzi diventava un problema, considerata la difficoltà e i costi di gestione.

In Sicilia lo sappiamo bene: letteralmente ci può anche piacere la frase di Tomasi di Lampedusa ed è normale che il Gattopardo pensi che nulla cambi. Ma siamo davvero sicuri che avessero ragione e fossero tanto intelligenti? Siamo davvero sicuri che quella classe dirigente fosse più adeguata ai suoi tempi (anche quelli di grande trasformazione) di quanto lo sia la nostra rispetto lo scenario attuale?

In realtà quelle dinastie sono decadute, le case dove vivevano questi nobili convinti della loro inamovibilità oggi si visitano pagando un biglietto e la massima aspirazione dei loro eredi è partecipare a qualche reality o ai salotti televisivi.

In realtà le cose cambiano, lo hanno sempre fatto e spesso sostanzialmente. Oggi, in più, lo fanno anche velocemente. A questo scenario vanno aggiunte alcune aggravanti e condizioni particolari che acuiscono il problema. Ne abbiamo affrontato parlando di bias cognitivi, fallacie argomentative, di bolle informative e, principalmente di inaffidabilità dell’evidenza. Ma per questo ho sviluppato una intera LezioneZERO e quindi non starò qui a ripetermi.

Ma cosa intendo con maledizione del Made in Italy? Diciamo che è una somma di fattori. Il primo è proprio la vendibilità intrinseca del prodotto; quando la situazione è facile si tende ad adagiarsi sul risultato e, inoltre, permette anche a gente con poca competenza di sopravvivere, inquinando comunque il mercato.

Funziona un po’ come la differenza sostanziale tra musica rock e jazz: il rock è tecnicamente (e relativamente) semplice da eseguire, il jazz no. Ovviamente, un gigante del rock produrrà comunque capolavori immortali ma questo non impedisce a scarsi dilettanti di cimentarsi e magari essere apprezzati per motivi che con la musica hanno poco a che fare. Nel jazz no: o sai suonare o sei fuori. I capolavori immortali rimangono appannaggio esclusivo dei giganti, ma il livello minimo è comunque accettabile.

Un effetto collaterale di questa abbondanza (che contribuisce alla maledizione) è l’orgoglio territoriale. Ognuno considera il proprio territorio ed i suoi prodotti come la punta d’eccellenza del pianeta. Un atteggiamento che assomiglia molto all’amore per le cotolette di mammà e che risulta devastante per ogni azione di programmazione.

E, last but not least, la furbizia: la nostra incrollabile convinzione di avere la capacità di risolvere problemi e situazioni di crisi attraverso l’intuito. Una capacità che, in realtà, possiamo affermare mediamente di avere sul serio e di certo ci sono stati dei “grandi” (nel bene e nel male) che hanno sublimato questa capacità in arte.

Il problema è che il 10 febbraio del 1996 il computer Deep Blue, programmato dalla IBM, batteva a scacchi il campione mondiale Garry Kasparov. Da allora sono passati oltre vent’anni e i computer sono al fianco di chi prende le decisioni aziendali, analizzando dati e sviluppando algoritmi che probabilmente non avranno il fascino della nostra furbizia mediterranea ma sono estremamente più efficaci.

Per adesso la chiudo qui: intendo entrare nel dettaglio, partendo da quello che mi è più vicino, per declinare gli esempi pratici di come questa incompetenza abbia effetti sul territorio, che sia quello comunale, regionale o nazionale. 

Questo ragionamento serve a definire il campo di gioco: non sono interessato ad esplorare i lati speculativi, le diatribe politiche, le contrapposizioni ideologiche e men che meno i versanti giudiziari. O meglio, personalmente lo sono e lo farò in altri spazi, ma qui mi interessa affrontare dati oggettivi o, comunque, oggettivabili.

Intendo fare una vera e propria serie con cadenza settimanale dove proverò ad analizzare quelle azioni che rivelano margini maggiori di incompetenza. Come ho già detto, anche se in questo blog voglio provare ad affrontare argomenti generali, parafrasando Gaber “io non mi sento trapanese ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Quindi la prima puntata di questa serie (e probabilmente qualcuna successiva) la dedicherò all’analisi di uno dei versanti dove l’incompetenza totale della nostra classe dirigente si è espressa al meglio negli ultimi anni: la gestione delle politiche turistiche.

Alla prossima settimana e in bocca al lupo (ne abbiamo bisogno).