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Perchè proprio io

Rispondere a questa domanda senza apparire totalmente egocentrico è davvero complicato ma è dolorosamente necessario se volete avere davvero un quadro completo delle regole e dello sviluppo di questo blog.

Inizierò con l’individuare alcuni snodi fondamentali che hanno segnato in maniera molto netta il mio percorso formativo e di vita. La comprensione di tali snodi fornisce elementi indispensabili per rispondere alla domanda posta dal titolo, domanda che, e con questo apriamo subito le danze, costituisce essa stessa uno snodo.

Se fosse così semplice…

Ci sono due affermazioni che hanno punteggiato in maniera pressoché costante la mia vita e che trovo fastidiose davvero oltre ogni misura:

prima fare, poi filosofare
se fosse stato così semplice lo avrebbero già fatto

La prima la considero assolutamente priva di senso: se non vivi in una savana circondato da bestie feroci e non sei un Marines in missione, sono davvero poche le volte in cui agire d’istinto senza un’attenta analisi può essere considerata una buona pratica.

Filosofare dopo avere fatto, poi, è un inutile spreco di risorse, terreno fertile per sterili io lo avevo detto.

Ritorno su questo concetto in altri post (tra cui questo), quindi per adesso glisso e mi concentro sulla seconda frase. Inizierò sottolineando come questa idea (sbagliata) prenda corpo da una sostanziale ignoranza rispetto a come si sia sviluppata la scienza e la conoscenza nel corso dei secoli: le grandi rivoluzioni si sono sempre basate sulla semplificazione.

L’immagine sottostante mette a confronto le orbite disegnate da Tolomeo a sostegno dell’idea che la Terra fosse al centro del Sistema Solare e la semplicità del modello copernicano.

A sinistra il sistema copernicano, a destra quello tolemaico.

Questo è quello che si ottiene dovendo fare combaciare a tutti i costi una idea puramente concettuale ma assunta come presupposto (noi siamo al centro di tutto) con le osservazioni sperimentali. Tolomeo era uno scienziato e come tale non si inventava nulla! annotava su un taccuino le posizioni dei corpi celesti che ogni notte osservava guardando il cielo. Non solo, le traiettorie che disegnavano, per quanto arzigogolate e complesse, funzionavano abbastanza bene per calcolare le posizioni dei pianeti durante l’anno ma anche prevedere eclissi e cose del genere, quindi tutto sembrava corretto.

Una digressione assolutamente inutile per l’argomento che stiamo affrontando ma che reputo doverosa. La visione eliocentrica non è una idea di Copernico. Non che lui volesse appropriarsi indebitamente di qualcosa: lo dice lui stesso, in un compendio alla sua opera principale, richiamando gli studi di Aristarco di Samo, astronomo greco del terzo secolo avanti Cristo. Lo scienziato ellenico aveva già compreso che il movimento di quei pianeti (il termine planetes significa erranti, proprio a causa del loro bizzarro movimento percepito) poteva essere spiegato più semplicemente ponendo il Sole al centro del sistema.

Per un paio di secoli sembra sia stata addirittura l’ipotesi più accreditata ma furono Platone prima ed Aristotele dopo a rifiutarla, anche questa volta non su basi scientifiche ma solo in ossequio a visioni filosofiche e teologiche.

Per tornare al nostro discorso, Tolomeo è stato costretto ad ipotizzare una danza cosmica finemente arabescata soltanto per giustificare una corrispondenza tra quei dati empirici (quello che vedevano i suoi occhi) e la regola (per lui indiscutibile) della centralità della Terra.

Quando, invece, si studia un problema senza preconcetti, con la mente aperta, e ci si concentra soltanto sulla rilevazione dei dati, le cose cambiano di molto. Copernico prima e Galileo dopo hanno semplicemente analizzato i movimenti dei pianeti senza partire dall’esistenza di un presupposto (la centralità della Terra), considerato indiscutibile solo perché proveniente dalla tradizione; tutto è diventato più semplice, coerente e lineare e dagli arabeschi di Copernico siamo passati ad un modello che è molto più comprensibile. Con questo hanno anche posto le basi di quello che oggi si chiama metodo scientifico.

Sia Copernico che Galileo hanno guardato ogni notte la volta celeste (proprio come Tolomeo), rilevando più o meno le stesse cose del loro collega. La differenza sta nel fatto che loro non avevano l’intento di dimostrare qualcosa, ne di giustificare tesi precostituite ma soltanto quello di rilevare dati empirici. Dopo averne raccolti a sufficienza hanno provato a pensare alle regole ed alle teorie, trovando la soluzione, per l’appunto, più semplice.

Soltanto un approccio libero da dogmi e certezze ha senso, se vogliamo studiare correttamente il mondo e le sue leggi. Non voglio fare il cinico ma, per comprendere questo concetto, nel ‘500 e nel ‘600 abbiamo letteralmente bruciato alcune delle nostre migliori intelligenze (avete presente Giordano Bruno?) quindi nel terzo millennio dovrebbe essere un concetto acquisito. Eppure non lo è.

Ma torniamo alla nostra percezione di cosa sia semplice e cosa sia complicato. La stessa fisica quantistica, che sembra proprio l’esempio più estremo di qualcosa di assurdo e complicato, in realtà riduce l’intero universo ad una serie abbastanza ristretta di leggi ed equazioni.

L’immagine soprastante è esplicativa, così come il confronto delle orbite disegnate da Tolomeo e Copernico, perchè un’osservazione simile a quella fatta sul passaggio dal sistema geocentrico a quello eliocentrico può essere effettuata anche riguardo alla chimica in rapporto alla meccanica quantistica: le nuove scoperte hanno dimostrato come sia possibile spiegare tutti i legami chimici come effetti fenomenici delle regole quantistiche.

A sinistra possiamo vedere come conosciamo tradizionalmente tutti gli elementi conosciuti che compongono l’intero Universo. A sinistra vediamo, invece, la tavola delle particelle definita da quello che viene chiamato Modello Standard: con appena 17 mattoncini riusciamo a spiegare le stesse cose per le quali, prima, ne erano necessari più di 100.

Per essere estremamente chiari, ogni singola equazione di meccanica quantistica è molto complessa, al punto che è stato necessario letteralmente inventare una nuova matematica per risolverle ma, alla fine, ci si ritrova a gestire un numero infinitamente minore di regole e meccanismi.

Ok, può sembrare una cosa complicata ma, in pratica, il punto è che adesso riusciamo a spiegarci più cose usando meno regole: abbiamo semplificato il sistema.

Stranamente però in alcune occasioni, in particolare quando essa sembra cozzare con lo status quo, la semplicità diventa qualcosa di molto difficile da accettare. Approfondisco questo concetto affrontando il tema della sostanziale inaffidabilità dell’evidenza; per adesso mi limito ad una semplice citazione:

Il buon senso è l’insieme di pregiudizi acquisiti fino ai diciott’anni.

Albert Einstein

Ho letto Flatlandia da piccolo

Da bambino dovevo essere letteralmente insopportabile. Ho imparato a leggere e scrivere pressoché da solo, prima dei 5 anni, ed ho frequentato la scuola dell’infanzia con l’animo annoiato del fuoricorso che ha già visto tutto. All’asilo, mentre i miei compagni facevano le astine, io leggevo libri.

Un atteggiamento che mi ha regalato una grafia pressoché illeggibile (ho scoperto dopo che non fare le astine ha le sue conseguenze) insieme ad un vago sentore di antipatica supponenza. In ogni caso leggevo in maniera compulsiva. Fortunatamente a casa mia di libri ce n’erano parecchi, anche perché la passione per la lettura era condivisa da tutti i miei fratelli, sia pur con sfumature diverse, e sostenuta in modo deciso da mio padre.
Ed è così che mi sono imbattuto in Flatlandia, tra i volumi di una collezione Adelphi.

Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni (Flatland: A Romance of Many Dimensions) è un romanzo fantastico-fantascientifico del 1884 scritto da Edwin Abbott.

Narra la vita di un abitante di un ipotetico universo bidimensionale che entra in contatto con l’abitante di un universo tridimensionale. È un racconto molto popolare tra gli studenti di matematica e più in generale tra gli studenti di facoltà scientifiche, perché affronta da un punto di vista molto originale il concetto di un mondo a più dimensioni.

Dal punto di vista letterario è famoso anche per essere una satira della società vittoriana, mentre filosoficamente critica il riduzionismo positivista. (da Wikipedia)

Sinceramente io non so cosa volesse dire il reverendo Abbot scrivendo quest’opera, probabilmente era più interessato al versante satirico ed al dileggio della società vittoriana, ma so perfettamente cosa ha tratto da quel libro la mente di un ragazzino di circa 9 anni. Per spiegarlo è necessario un piccolo riassunto che evidenzi la parte che mi ha più colpito.

Come visto nel box, il libro narra la storia di un mondo bidimensionale, abitato da figure geometriche organizzate in una società molto rigida e ho già detto che l’aspetto satirico insito in questa metaforica rappresentazione al momento c’interessa poco.

In questo contesto, il punto centrale che c’interessa analizzare è rappresentato dal viaggio del protagonista (un triangolo isoscele esponente della bassa borghesia) e dai suoi improbabili ma interessanti incontri con mondi a diverse dimensioni.

Nella prima parte del romanzo il protagonista incrocia mondi con meno dimensioni, verso i quali, quindi, si pone in una condizione di superiorità, detentore di una conoscenza che gli altri non hanno. Purtroppo il risultato di questi incontri non è esaltante.

Il riassunto (secondo me)

Incontrando gli esseri del mondo a una dimensione, una retta infinita dove punti e segmenti vivono sereni e soddisfatti, rigidamente in fila, il nostro protagonista cerca di raccontare l’esistenza di altre dimensioni (si sgola per spiegare loro che sia possibile spostarsi “di lato”), ma questi lo deridono e lo prendono per pazzo. Nemmeno quando prova a calarsi nel loro mondo riesce a migliorare le cose: la geometria non ammette deroghe e un triangolo proiettato su una retta genera un segmento.

Gli abitanti del mondo ad una dimensione, quindi, non riescono a vedere niente di diverso da un segmento che dice di essere un triangolo e che blatera di mondi al di fuori di quello da loro conosciuto; siccome loro sono tanti e lui è il solo a vedere le cose in quel modo, la qualifica di pazzo è inevitabile.

Un passaggio di Flatlandia: l’incontro con il Monarca del mondo a una dimensione.

Ancora più paradossale la sua visita al mondo a zero dimensioni, abitato da un punto che, sentendo la voce del triangolo, non può considerarla in altro modo che come un’espressione del suo stesso pensiero: in un mondo a zero dimensioni il punto rappresenta tutto l’universo ed è inconcepibile, per lui, che esista qualcosa al di fuori.

Fin qui risulta abbastanza semplice deridere la ristrettezza di vedute degli abitanti delle dimensioni “inferiori”. La cosa si fa interessante quando, alla fine, il nostro protagonista si trova ad incontrare una Sfera, abitante di un mondo a tre dimensioni (in pratica il “nostro” mondo).

Questa volta è il suo turno di non comprendere cosa significhi quel verso l’alto di cui parla la Sfera almeno fino a quando, raggiungendola nel suo mondo (e trasformandosi in un prisma), riesce finalmente ad accettare questa nuova visione dello spazio.

Anzi, forte di questa nuova consapevolezza comincia ad ipotizzare infinite possibilità e mondi con qualsiasi numero di dimensioni. Ma è la Sfera, a questo punto, a chiudersi nell’idea che la tridimensionalità sia il punto massimo di questo cammino, bloccando ogni volo pindarico del nostro protagonista.

Quella che considero la vera “morale” del racconto riguarda il modo in cui il nostro triangolo, evolutosi in prisma, inizia immediatamente a lasciar correre la sua mente verso la possibilità che esistano mondi a 4 o più dimensioni.

Superata la barriera delle sue certezze è finalmente in grado di spaziare oltre le possibilità che ci concede la conoscenza tradizionale.

Dal canto suo la Sfera lo gela subito, arroccandosi sull’idea che tre dimensioni siano il massimo possibile, confondendo la sua personale esperienza con la Verità e dimostrando, alla fine, di ragionare esattamente come punti e segmenti. Questo anche per sottolineare che a volte non è il livello di conoscenza a fare la reale differenza.

La nostra mente tende ad ancorarsi allo status quo, ad accettare il senso comune come unica possibilità malgrado la storia ci insegni come molte volte, citando il fisico Carlo Rovelli, ciò rappresenti soltanto l’ignorante convinzione del vecchio che non ha mai abbandonato il suo villaggio.

Il problema del senso comune è che funziona come una specie di elastico: quando spieghi un ragionamento, ne dimostri cause e conseguenze, lo illustri con dovizia di particolari ed esempi chiarificatori è facile trovare adesione nell’interlocutore. Solo che questa consapevolezza ha la stessa durata effimera della vita di una farfalla.

Ne sono ragionevolmente convinto: qualsiasi adulto con almeno due neuroni si trova a concordare con l’idea di guardare oltre i limiti e ogni volta che la incontra magari corre subito a condividere su Facebook la foto di Steve Jobs ed il suo “Stay foolish, stay hungry“, salvo poi tornare, nella stragrande maggioranza dei casi, a crogiolarsi nella confortevole zona dell’accettazione dello status quo.

La differenza (ed il motivo per cui ne parlo adesso) è che, quando invece ci si trova ad acquisire questa consapevolezza a 9 anni, essa diventa una premessa irrinunciabile.

Tutta la conoscenza che ho potuto assorbire dopo è stata filtrata attraverso questa precisa visione: l’ipse dixit è un’idiozia ed è sempre necessario guardare il mondo da più prospettive.

La ciliegina sulla torta la mise mio padre che, andando molto in controtendenza rispetto quei tempi, alla fine della primaria decise di farmi proseguire gli studi iscrivendomi ad una scuola media molto particolare: la Buscaino Campo degli anni ’70, una scuola del centro storico trapanese, immersa nel disagio socio-economico e frequentata perlopiù da ragazzini dal contesto familiare e territoriale complesso, abbastanza lontano dai dettami di “buona famiglia” che rappresentavano il mio mondo.

Fare convivere le mie inclinazioni verso la lettura, le scienze e la cultura in genere con le mie nuove frequentazioni non è stato facile ma è stato molto formativo. Mi sono sforzato in ogni modo di non “tradire” le mie premesse, attraversando i due mondi con crescente naturalezza e riuscendo spesso a “mescolarli”.

Era un altro tipo di Flatlandia: il mio mondo non corrispondeva al loro e viceversa ed ho dovuto trovare un modo per capire e farmi capire. Bene o male ci sono riuscito, sicuramente mi sono divertito e, cosa più importante, mi è servito molto.

Il concetto di vedere il mondo da altre angolazioni diventò molto più concreto e compresi come, oltre al gradevole onanismo mentale associabile a questo approccio, ci fosse una componente reale (a volte tragicamente reale) nella quale una visione multidimensionale diventa un modo di vivere e di comprendere il mondo e chi lo abita.

Chi non sa, taccia

L’ultimo tassello arrivò al Liceo, periodo per me al limite del mito. Ho avuto la fortuna di trovarmi in una classe davvero eccezionale in termini di compattezza e affinità al cui interno si era creato un gruppo che regge ancora a quasi 40 anni di amicizia, di cui i primi praticamente di convivenza.

Vitelloni gaudenti che amavano ritagliarsi anche il tempo per discorsi sui massimi sistemi tra una zingarata e l’altra. Io, inoltre, ero particolarmente attivo sul versante politico-studentesco e nel corso degli anni diventai uno dei “capoccia” del liceo. Una specie di Chicco dei “Ragazzi della III C”, per chi si ricorda il telefilm, con una spolverata di impegno sociale.

San Vito (TP) 1985. Per pagare un “pegno” mi faccio la barba cantando il Barbiere di Siviglia nel bar centrale.

Politicamente schierato in maniera molto netta (praticamente schedato come pericoloso comunista) al quarto anno incontrai una professoressa di filosofia altrettanto chiaramente schierata, ma sul versante diametralmente opposto.

Per due anni abbiamo sostanzialmente litigato e nonostante ciò ho letteralmente adorato questa professoressa, in particolare per un prezioso (e per me da allora fondamentale) insegnamento.

Il suo “gioco” fu semplice ma efficace: mi diede la sua immediata disponibilità ad un confronto concettualmente alla pari sui temi politici (e storico-filosofici) che ci dividevano ma la rinuncia al suo ruolo letteralmente ex cathedra era subordinata ad un’unica condizione: che io non parlassi a vanvera.

Dovevo dimostrare di avere piena conoscenza degli argomenti che stavamo dibattendo e così, in poche parole, mi costrinse a studiare (attività alla quale all’epoca ero refrattario, malgrado continuassi a leggere molto al di fuori dell’ambito scolastico). Sul momento apprezzai semplicemente la mossa: dopo tutto il suo lavoro era proprio quello di trovare il metodo per farmi studiare ed era stata molto brava a individuare il mio punto debole, quindi chapeau. Col passare del tempo compresi anche quanto avesse tremendamente ragione in senso molto più ampio.

Un insegnamento che mi è rimasto, infatti, è proprio questo: una discussione ha senso se l’interlocutore ha qualcosa da offrire al ragionamento nell’ambito che si sta affrontando. Il resto è chiacchiera da bar e mi sta bene solo se vedo qualche Spritz nei dintorni.

Per chiarire meglio riprendo quel box che ho inserito nella home page.

Discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui

La frase non so di chi sia (mi dispiace solo non sia mia) però dipinge plasticamente il dibattito con un idiota.

Non si tratta solo di confronto dialettico; la conoscenza approfondita di un argomento è la premessa essenziale per superarne i limiti e, per tornare a quello che un po’ il motivo di questa presenza web, questa consapevolezza è racchiusa in’ quello che rappresenta il claim scelto per raccontare il progetto T-Campus: look into the box, think out the box.

Guardare dentro la scatola per scoprirne i meccanismi reali e usare questa conoscenza per riscrivere le regole pensando fuori dagli schemi.

Considero questa consapevolezza essenziale e non potrò mai ringraziare abbastanza la mia professoressa per questo. Avere una larga apertura mentale e rifiutare di accettare a priori la conoscenza tradizionale è un bene solo se limitata dalla conoscenza stessa.

Bisogna conoscere perfettamente le regole per infrangerle in maniera corretta.

Dalai Lama

Il rischio è diventare terrapiattista o no-vax. Lo dico chiaramente: non ho alcun riaspetto per queste posizioni e non ritengo che sia utile discutere con loro. A parte l’aforisma del piccione richiamato sopra, è come provare a spiegare i colori ad un cieco dalla nascita: gli mancano gli strumenti base per potere affrontare il ragionamento.

Qui entriamo nel favoloso mondo dei bias cognitivi e delle fallacie argomentative, due degli elementi più devastanti per il ragionamento ed il confronto, la cui trattazione rappresenta uno dei pilastri del progetto T-Campus. Ne accenno affrontando il problema dei fondamentali ma questi temi saranno al centro di larga parte di questo blog.

Conclusioni

Molto altro è successo da allora e tanti avvenimenti hanno influenzato (e a volte deviato) il mio cammino, ma questi tre punti, se interconnessi in maniera corretta, possono dare una risposta alla domanda del titolo che qui ripropongo in modo più preciso:

Perché dovrebbe essere interessante leggere quanto penso rispetto a determinati argomenti?

Perché, in un momento di grande e strutturale trasformazione globale del sistema, essere lontani dall’ipse dixit rappresenta un grosso vantaggio ma soltanto se si tiene bene a mente come allontanarsi dalla conoscenza “istituzionale” sia possibile solamente a patto di saperla padroneggiare.

Una serie di fortunate coincidenze mi hanno messo sulla strada giusta: Flatlandia mi ha insegnato ad abbandonare le regole, la mia professoressa mi ha insegnato che per farlo avevo bisogno di conoscerle approfonditamente, il dibattito costante sul ruolo della semplicità nella interpretazione di un mondo complesso mi ha portato ad un importante “strumento concettuale”, chiamato Rasoio di Occam.

La formulazione moderna di questo principio è “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire” ma a me piace molto la definizione originale espressa nel XIV secolo da Guglielmo di Occam.

frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora
è futile fare con più mezzi ciò che si può fare con meno

Mentre io maturo queste consapevolezze e le metto in relazione, però, arrivano gli anni ‘90, quelli dell’edonismo reaganiano, del disimpegno, dei manualetti di know-how, degli yuppies e della finanza spregiudicata: è il momento più basso della cultura mondiale, dove la globalizzazione diventa massificazione planetaria, dove il livello culturale generale scende a livelli infimi.

A dimostrazione di come sia il contesto a decretare il successo o meno di determinate caratteristiche (o competenze), gli anni dei “soldi facili e veloci” non erano certo i più congeniali a chi parlava di pianificazione e strategie di ampio respiro.

L’arrivo del nuovo millennio e la trasformazione digitale sembrano portare tutto questo degrado ad un livello superiore: il perverso mondo dei social spesso ci offre uno spaccato deprimente del nostro mondo.

Fortunatamente, però, nel frattempo succede altro: il digitale è una possibilità e come tale, qualcuno la spreca, qualcun altro invece inizia ad utilizzarla. Per quanto possa essere scoraggiante e snervante, la lentezza dei i meccanismi evolutivi non mina in nessun modo la loro ineluttabilità ed inesorabilità.

Non è una questione di ottimismo ma di semplice matematica. Un modello sbagliato consuma più di un modello giusto. Prima era semplice, colmavi questo deficit prendendo risorse e penalizzando un’altra parte del pianeta. La vera globalizzazione, quella nata attraverso la connessione logistica (è solo uno dei tasselli, ma il low-cost aereo ha riscritto spazi e distanze) e quella digitale, ha cancellato il concetto di altra parte. Che ci piaccia o meno, il villaggio globale è una realtà che non può essere cambiata.

Molti obiettano che i governi dei diversi Paesi non sembrano andare verso questa direzione. Vero, anche se si notano cambiamenti. Ma il punto non è quello che dicono i governi.

La pandemia ci ha insegnato che, come un battito d’ali di farfalla a Rio scatena un tornado a Tokio, allo stesso modo una zuppa di pipistrello a Wuhan ci rovina il cenone di Capodanno.

I cambiamenti avverranno, o con le buone o con le cattive. E non sto parlando di sommosse popolari ma semplicemente del fatto che siamo sottomessi alle leggi della matematica, della fisica e della Natura nel suo complesso. Quando ci sono questi grandi cambiamenti all’inizio si è sempre un po’ recalcitranti, poi c’è una fase durante la quale si comincia ad usare (solitamente malissimo) i nuovi modelli che, comunque, alla fine vengono inevitabilmente inglobati nella società, arrivando a modificarla intimamente.

Questo è successo con la rivoluzione industriale, con l’invenzione della stampa e, ritengo, qualcosa del genere sarà accaduto anche quando il primo Homo Abilis pensò di costruire un utensile. Ma è sempre una specie di ultimo spasmo

L’idiozia fa rumore ma muore presto, l’intelligenza è silenziosa ma, inevitabilmente, alla fine emerge.

Siamo finalmente giunti a questo punto e quei modelli di pensiero che mi hanno reso un alieno disadattato rispetto ad un mondo profondamente superficiale, oggi sono le sole carte da giocare.

Insomma, questo giro tocca a me.

… e questo è il progetto in corso